Ospiti ed appuntamenti al Festival del Giornalismo di Perugia
Nella terza giornata del Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia accoglie reporter che hanno pagato in prima persona il prezzo della libertà di informazione. Arresti, carcere, esilio, censura, minacce e contesti di guerra: il programma riunisce giornaliste e giornalisti che hanno messo a rischio la propria sicurezza per raccontare i fatti, denunciare gli abusi e difendere il diritto alla verità. A segnare la giornata, la presenza di due giornaliste dal forte valore simbolico: Maria Ressa, premio Nobel per la Pace 2021 e tra i volti più riconoscibili della libertà di stampa globale, e Beatrice Fihn, figura centrale di ICAN (Campagna Internazionale per l'Abolizione delle Armi Nucleari), l'organizzazione insignita del Nobel per la Pace 2017. Tra i nomi più attesi di questa giornata: Alsu Kurmasheva, giornalista di Radio Free Europe/Radio Liberty arrestata in Russia nell'ottobre 2023, condannata e poi liberata il 1 agosto 2024 nel grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente; Thibaut Bruttin, direttore generale di Reporter Senza Frontiere, che negli ultimi mesi ha denunciato con continuità l'uccisione dei giornalisti a Gaza e la chiusura dell'accesso indipendente alla Striscia; Ivan Kolpakov e Galina Timchenko di Meduza, il più importante media indipendente russo in esilio: proprio nelle ultime settimane le autorità russe hanno inserito Kolpakov nella lista dei ricercati, mentre Timchenko, cofondatrice, CEO e publisher della testata, è stata condannata in contumacia a cinque anni di carcere. Il programma mette così al centro il prezzo che giornaliste e giornalisti continuano a pagare quando documentano i conflitti, denunciano gli abusi e difendono il diritto di informare. E ancora Carole Cadwalladr, la giornalista che più di ogni altra ha legato il nome di Cambridge Analytica alla crisi della democrazia digitale. Tra i temi di apertura della giornata c’è il tema della sicurezza del lavoro giornalistico. Nel workshop Surviving the story: hands-on infosec for journalists under threat, Robert Flummerfelt, costretto a lasciare la Repubblica Democratica del Congo dopo ritorsioni e sorveglianza, e Manisha Ganguly del Guardian, i cui lavori sui crimini di guerra sono stati ripresi da governi e Nazioni Unite, affrontano un nodo ormai strutturale per il mestiere: proteggere dispositivi, dati, fonti e persone. Si entra nel cuore della repressione e della resistenza con Sustaining reader-funded journalism in a world of fear, indifference and news avoidance, Ivan Kolpakov e Galina Timchenko raccontano come Meduza abbia tenuto in vita un modello di giornalismo in esilio tra crowdfunding, una propria casa editrice e commercio online, nonostante il bando in Russia e la repressione crescente contro il gruppo dirigente della testata. La loro presenza porta a Perugia non solo una riflessione sulla sostenibilità, ma un caso concreto di sopravvivenza editoriale sotto pressione politica.
Il racconto si sposta su come i conflitti si combattono anche fuori dal campo di battaglia, sui terreni della finanza, della propaganda e delle infrastrutture invisibili del potere. A seguire il denaro delle guerre, tra piani di ricostruzione di Gaza, contractor militari privati, elusione delle sanzioni e ricchezze legate al Cremlino, ci sono Uri Blau, oggi director of global investigative projects di Shomrim e già membro del team dei Panama Papers premiato con il Pulitzer; Milàn Czerny, pluripremiato reporter-researcher del Wall Street Journal, specializzato in inchieste OSINT (Open Source Intelligence) tra Russia, Ucraina e Medio Oriente; Timur Olevsky, che guida la newsroom di The Insider ed è finito nel mirino delle autorità russe con un procedimento penale nel luglio 2025 e l’inserimento nella lista dei ricercati nel settembre 2025; e Vivian Schiller, vicepresidente e direttrice esecutiva di Aspen Digital all’Aspen Institute, già alla guida di NPR - National Public Radio e dell’area news di Twitter, oggi impegnata sui temi dell’integrità dell’informazione, dell’AI e del futuro del giornalismo.
Il conflitto israelo-palestinese viene affrontato da due prospettive complementari. Nel panel Gaza: silenced in the name of impartiality, ci si chiede cosa accade quando l’imparzialità, da principio professionale, si trasforma in un dispositivo che smussa i fatti, isola le voci più scomode e produce autocensura. Rispondono Nada Abdelsamad, già Beirut editor e bureau chief di BBC Arabic, oggi consulente editoriale indipendente, Farah Maraqa, giornalista palestinese-giordana indipendente e ricercatrice, Diana Moukalled, cofondatrice e managing editor di Daraj Media, da anni tra le voci più autorevoli del giornalismo indipendente arabo, con la moderazione di Ghousoon Bisharat, direttrice di +972 Magazine, testata online indipendente e non profit fondata nel 2010 da giornalisti palestinesi e israeliani, che prende il nome dal prefisso telefonico condiviso tra Israele e Palestina. Negli ultimi anni +972 è diventata una delle fonti più citate sul conflitto, soprattutto per le sue inchieste e per la copertura critica della guerra a Gaza.
In Journalists in Gaza, Thibaut Bruttin, direttore generale di Reporters Without Borders e tra le figure che più nettamente hanno denunciato l’uccisione dei giornalisti e la restrizione dell’accesso indipendente all’informazione nella Striscia, Hélène Lam Trong, giornalista e regista del documentario Inside Gaza uscito nel 2025, e Adel Zaanoun, storico capo dell’ufficio di Gaza dell’AFP, oggi operativo da Cipro dopo l’evacuazione del 2024, moderati da Phil Chetwynd, global news director dell’Agence France-Presse, riportano il discorso sul lavoro dei giornalisti palestinesi e sull’impossibilità per i reporter stranieri di entrare a Gaza.
La pressione esercitata sui media riporta inevitabilmente al tema dell’uso delle leggi sulla sicurezza nazionale e delle norme sugli “agenti stranieri” come strumenti per criminalizzare il giornalismo indipendente. In National security laws as a tool to gag press: Eurasia in focus interviene Alsu Kurmasheva, giornalista di Radio Free Europe/Radio Liberty arrestata in Russia nell’ottobre 2023, condannata e poi liberata il 1 agosto 2024 nel grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente; con lei ci sono Barış Altıntaş, cofondatrice della Media and Law Studies Association in Turchia e da anni in prima linea nella difesa legale dei giornalisti perseguiti, e Rinat Tuhvatshin, cofondatore di Kloop in Kirghizistan, oggi in esilio dopo l’escalation repressiva contro una delle testate investigative più note dell’Asia centrale. Modera Gulnoza Said del Committee to Protect Journalists, tra le figure che più da vicino seguono la repressione dei media in Europa orientale e Asia centrale.
Un altro asse decisivo della giornata è quello dell’intelligenza artificiale e dei suoi effetti sullo spazio pubblico. In AI-assisted gender-based violence: the chilling escalation of online abuse against women in the public sphere, Maria Ressa, premio Nobel per la Pace 2021 e tra le voci globali più ascoltate sui rapporti tra piattaforme, disinformazione e democrazia, dialoga con Kalliopi Mingeirou di UN Women, da anni impegnata sul contrasto alla violenza di genere, e Kaylee Williams, senior researcher della Information Integrity Initiative, con la moderazione di Julie Posetti, che nel 2025 ha firmato per UN Women il rapporto The Tipping Point sull’escalation degli abusi online contro le donne nello spazio pubblico. Al centro ci sono deepfake, campagne d’odio, molestie sessualizzate e disinformazione di genere, sempre più amplificate dagli strumenti generativi.
Sul terreno della responsabilità editoriale nell’età dell’AI arriva a Perugia anche Julia Angwin, fondatrice di Proof News e tornata al centro del dibattito dopo la class action contro Grammarly per l’uso non autorizzato del nome e dell’identità professionale di centinaia di autori in una funzione basata su AI poi ritirata. In When sources are the story: journalism’s new responsibility in the age of AI, il tema è la sicurezza delle fonti in un ecosistema in cui sorveglianza, automazione e tracciabilità stanno cambiando il cuore stesso del lavoro giornalistico. Con Angwin intervengono Attaullah Baig, whistleblower che porta nel panel il punto di vista di chi decide di esporsi in prima persona, e Mark MacGann, l’ex lobbista di Uber diventato la fonte chiave degli Uber Files.
In Uncovering Big Tech’s sphere of influence, il tema è il potere politico, industriale e regolatorio delle grandi piattaforme, e a moderare è Carole Cadwalladr, la giornalista che più di ogni altra ha legato il nome di Cambridge Analytica alla crisi della democrazia digitale e che nel 2025 ha rilanciato il suo lavoro fondando The Nerve. La stessa Cadwalladr torna poi al centro in Exposing the broligarchy, dedicato al sistema di influenza che lega Big Tech, politica e informazione. In The fake human industry: inside disinformation-as-a-service, il focus si sposta invece sul mercato industriale della manipolazione digitale: a guidarlo è Omer Benjakob di Haaretz, tra i giornalisti che più hanno indagato i mercenari della disinformazione, le reti sintetiche e la propaganda automatizzata venduta come servizio.
In How to turn investigative articles into a blockbuster documentary?, il tema è invece la capacità dell’inchiesta giornalistica di cambiare scala e raggiungere un pubblico di massa. A raccontarlo sono Kamilla Marton e András Pethő di Direkt36, il media investigativo ungherese che con The Dynasty, il documentario sull’impero economico della famiglia Orbán uscito nel febbraio 2025, ha superato il milione di visualizzazioni in un giorno e i quattro milioni entro gennaio 2026, entrando direttamente nel dibattito pubblico ungherese.
Nel corso della giornata si intrecciano anche altri temi che definiscono lo stato del giornalismo globale.
What journalists need to know about nuclear weapons riporta al centro un dossier tornato urgente con Beatrice Fihn, oggi alla guida di Lex International dopo gli anni alla direzione di ICAN, insieme a Matt Korda, associate director del Nuclear Information Project della Federation of American Scientists e coautore del Nuclear Notebook, una delle fonti open source più autorevoli al mondo sugli arsenali nucleari, e Robert K. Elder.
Il 14 novembre 2025, a bordo dell’Air Force One, Donald Trump ha zittito la corrispondente di Bloomberg Catherine Lucey con l’espressione “Quiet. Quiet, piggy”, mentre la giornalista gli stava ponendo una domanda sui file Epstein: da qui prende il titolo Quiet, piggy: misogynistic attacks as a tool to silence women journalists and how we fight back, che porta al centro la misoginia come arma di intimidazione pubblica contro le giornaliste, rilanciata anche dal linguaggio politico negli Stati Uniti e non solo. Ne discutono Soraya Chemaly, autrice e attivista tra le voci più riconoscibili sul rapporto tra violenza di genere, media e spazio pubblico; Juliana Dal Piva, reporter del Latin American Center for Investigative Journalism e vicepresidente di Abraji, premiata nel 2025 dall’International Women’s Media Foundation con il Courage in Journalism Award; e Karyn Maughan, legal journalist di News24, finita lei stessa nel mirino dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma con un tentativo di persecuzione giudiziaria poi bocciato dai tribunali. Introduce Kathy Im, direttrice journalism and media della MacArthur Foundation, e modera Elisa Lees Muñoz, executive director dell’International Women’s Media Foundation, da anni tra le figure di riferimento internazionali sul nesso tra libertà di stampa e parità di genere.
The power of editorial cartoons torna invece su una delle forme espressive che i regimi cercano più spesso di censurare, proprio per la sua capacità di colpire il potere con immediatezza. A guidare il panel sono Tjeerd Royaards, award-winning cartoonist olandese, editor-in-chief di Cartoon Movement e membro di Cartooning for Peace, ed Emanuele Del Rosso, political cartoonist pluripremiato e head of the European Cartoon Award, uno dei riconoscimenti più prestigiosi del settore.
Non manca, infine, una riflessione sul futuro dei modelli editoriali e dei linguaggi. Turning ideas into real progress: practical ways to get sh** done affronta il tema della sostenibilità organizzativa con Kim Bode di Newspack, che lavora con centinaia di newsroom locali sui modelli di crescita e tenuta operativa, Sanne Breimer, cofondatrice di Inclusive Journalism e da anni impegnata sui processi editoriali e sulla trasformazione delle redazioni, e Mayuri Mei Lin del Media Development Investment Fund, uno dei soggetti che più da vicino osservano la sostenibilità dei media indipendenti a livello globale.
A manifesto for the Romantic School of journalism porta a Perugia Lea Korsgaard, cofondatrice e editor-in-chief di Zetland, uno dei casi europei più citati quando si parla di membership e giornalismo di relazione, e Joshi Herrmann, fondatore di Mill Media, che negli ultimi anni ha rilanciato il giornalismo locale nel Regno Unito costruendo un modello editoriale basato su comunità e abbonamenti. Al centro c’è l’idea di un giornalismo meno dipendente dai riflessi delle piattaforme e più capace di creare legame, appartenenza e sostenibilità.
Nel panel Choose your own adventure: what comes after vertical video?, ci si interroga sul dopo-TikTok. Perché i giornalisti dovrebbero continuare a esplorare questo formato in uno spazio sempre più saturo e chi riesce davvero a renderlo sostenibile? con Dave Jorgenson, che nel 2025 ha lasciato il Washington Post dopo averne trasformato la presenza sulla piattaforma in un caso di scuola, e Sophia Smith Galer, tra le pioniere del vertical video giornalistico nel Regno Unito e oggi fondatrice di Sophiana, uno strumento nato proprio per adattare la scrittura giornalistica ai nuovi linguaggi video.
Come sempre, gli incontri saranno trasmessi in diretta streaming e disponibili on demand sul sito del festival, nelle singole pagine degli eventi, e sul canale YouTube del Festival Internazionale del Giornalismo.