La sentenza della Cassazione chiude una vicenda di paternità che ha tenuto banco per un decennio a Perugia

14.10.2023 12:53 di  Redazione Perugia24.net   vedi letture
La sentenza della Cassazione chiude una vicenda di paternità che ha tenuto banco per un decennio a Perugia

La notizia è stata riportata dal quotidiano La Nazione, rendendo noto che il verdetto emesso dalla Cassazione ha segnato la chiusura di una vicenda di controversie giuridiche riguardo alla paternità di una bambina che a Perugia era ormai nota da anni. Come si legge, la madre - sostenuta dagli avvocati Angelo Lonero ed Elena de Cesare -  affermava che la sua figlia era il risultato di una relazione con un medico di Perugia, anche se quest’ultimo - difeso dagli avvocati Filippo Calabrese e Andrea Di Porto - aveva costantemente rifiutato di sottoporsi all’esame del DNA. Ora, con la decisione della Cassazione, la bambina riceverà il riconoscimento legale come figlia del professionista e sarà autorizzata ad aggiungere il cognome del padre al proprio. Inoltre, il medico dovrà coprire gli arretrati delle spese di mantenimento. La bambina è nata nel 2010 mentre sua madre era sposata con un altro uomo, sebbene la relazione extraconiugale con il medico fosse all'epoca nota. Da quanto si apprende, inizialmente, l'uomo aveva riconosciuto la bambina come sua, ma successivamente aveva smentito ufficialmente la paternità dopo aver effettuato degli esami medici collegati a una malattia genetica ereditaria della bambina stessa. Da ciò c'è stato l'inizio di una serie di procedimenti giudiziari presso il tribunale civile di Perugia, con l’obiettivo di stabilire la paternità. Nel primo grado del processo, i giudici avevano dato ragione al medico, sostenendo che non vi erano prove concrete per confermare la relazione tra lui e la madre della bambina. Ritenendo che la donna avesse nascosto il fatto di essere coniugata e che quindi il rifiuto del medico di sottoporsi all’esame del DNA non fosse così rilevante come in altri casi giuridici simili. Successivamente, la Corte d’Appello aveva emesso una sentenza opposta nell’aprile 2022, affermando che la bambina fosse legittimamente figlia del medico e concedendo a lei il diritto di portare il cognome del padre e condannando il medico a rimborsare alla madre le spese di mantenimento della bambina per un importo di 25mila euro. Ora però la Corte di Cassazione ha stabilito che il ricorso del presunto padre era inammissibile. Inoltre, il rifiuto ingiustificato di sottoporsi all’esame del DNA è stato considerato un comportamento che può essere valutato dai giudici anche in assenza di prove di rapporti sessuali tra le parti coinvolte.