Angelo Orazi campione umbro di umiltà e saggezza: a Spoleto la festa per i suoi 75 anni

16.09.2026 09:52 di  Redazione Perugia24.net   vedi letture
Fonte: Renzo Berti
Angelo Orazi campione umbro di umiltà e saggezza: a Spoleto la festa per i suoi 75 anni

La grande festa dell'Angelo Orazi's Day di lunedì scorso a Spoleto racconta da Renzo Berti, il promotore dell'iniziativa per i 75 anni del campione.

L’Efesto del pallone aveva trovato casa in un grande spiazzo circondato da case popolari costruite appena dopo la Seconda guerra mondiale. Qui, nel più operaio dei quartieri spoletini; quello di Passo Parenzi, il talento di Angelo Orazi venne affinato su un’incudine dove sorgevano sogni, speranze e obiettivi. Quel ragazzino paffutello che palleggiava insieme ad un nugolo di coetanei sarebbe diventato qualche anno dopo uno dei più forti centro mediani metodisti del calcio italiano, a cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta. Angelo Orazi era uno dei figli delle 34 famiglie del palazzone dove papà Santino, operaio del Cotonificio e grande educatore di calcio, aveva acquistato una casa a riscatto. Una giovinezza vissuta decorosamente, ma non certo nell’agiatezza. La fame e la voglia di riscatto sociale sono le migliori alleate per far diventare un ragazzino di provincia un campione. E così è stato per Angelo, che ha conservato l’umiltà di un figlio del popolo anche quando i guadagni cominciavano ad arrivare. “In un calcio – ricorda Angelo -, dove non c’erano le risorse smisurate di oggi. In compenso, però, ho conosciuto presidenti animati dalla passione e che erano i primi tifosi delle proprie squadre”.

Nella sua carriera di calciatore, a parte quel maledetto infortunio nel derby con la Lazio nel febbraio del 1974, non ci sono rimpianti. Men che meno in quella di allenatore. “Potevo andare ad allenare il Cagliari al posto di Ranieri – racconta -. Consigliai, invece, ai dirigenti sardi di prendere lui con il quale avevo giocato a Catanzaro, e che all’epoca aveva solo 37 anni. E vinse il campionato”.
Un uomo generoso. “Nel calcio “amico” è una parola grossa. Io ne ho parecchi, perché Angelo, ogni volta che c’è stato da aiutare qualcuno, lo ha fatto. E – sottolinea – non ho voluto neppure che mi dicessero grazie”. Il suo segreto è stato quello di aver imparato prima a volare che a tuffarsi. Perchè da ragazzino, quando abitava dapprima alla Ponzianina e poi a Passo Parenzi, le interminabili partitelle erano giocate sulla breccia o, addirittura, sul cemento. Ecco perché ha conservato l’umiltà del calciatore operaio. Ed i suoi occhi lucidi, dopo il grande abbraccio che la città gli ha tributato (tutti meno il sindaco Sisti), nel pomeriggio del Botanical Garden, sono il ricordo più bello che lascia agli amici di un tempo ed ai parenti. Che lo hanno acclamato come facevano con Maradona quando tornava nel suo Barrio.