In ricordo di Rossella Corazzin, scomparsa oltre nezzo secolo fa senza conoscere la verità
Rossella Corazzin è diventata, purtroppo, l’emblema del dovere di una verità che non si deve smettere di cercare. Scompare il 21 agosto del 1975, nel Tai di Cadore. Il suo finale sussulto di vita è racchiuso nelle parole di quell’ ultima cartolina che ha spedito all’amica Roberta Garlatti: “Mi sto divertendo. Ciao, Rossella.” Di lei, dei suoi diciassette anni scalpitanti di tutte le promesse della vita ai suoi primi albori, dei suoi libri e della sua macchina fotografica, non si seppe più nulla. A cinquantun anni dalla scomparsa della giovanissima ragazza, queste righe aspirano a diventare, unitamente a tutte le altre, motivo di attenta e scrupolosa riflessione, sia riportando dati e circostanze già precedentemente raccontate dalla stampa locale e nazionale, sia accogliendo, con forte partecipazione, la richiesta accorata dei familiari, che si vuole e deve ripetere, testualmente: “non fermarsi, non dimenticare, e continuare a cercare la verità".
Il caso Corazzin, riaperto nell’anno 2016, è stato poi archiviato perché le dichiarazioni di Angelo Izzo, uno dei “mostri del Circeo,” sia sulle circostanze del rapimento della Corazzin, sia sulle modalità dello stupro e sia sulle modalità omicidiarie della giovane vittima, sono state ritenute inattendibili dal GIP di Perugia che, nel dicembre del 2019, ha proceduto ad archiviare il caso per mancanza di prove e riscontri concreti alle parole del criminale.
Di fermo segno contrario si è sempre dichiarato, invece, il magistrato, oggi deceduto, dott. Saverio Pavone, simbolo della lotta alla mafia veneta, già fortemente noto per avere sgominato la Mala del Brenta e che, per questo, ha trascorso la sua vita, per diciassette anni, sotto scorta. Di Angelo Izzo disse:” mi parve sincero ed effettivamente trovammo dei riscontri. Sapeva dettagli che poteva aver appreso solo da chi aveva direttamente partecipato a quei fatti.” Queste le parole del magistrato Saverio Pavone, al tempo. Per Pavone, quindi, Angelo Izzo era un testimone a tutti gli effetti ovvero una persona informata sui fatti.
Dello stesso identico segno anche la Commissione parlamentare Antimafia della XVIII legislatura, che, nel novembre del 2022, concluse un’articolata relazione incentrata sui possibili punti di contatto tra i delitti del Mostro di Firenze e la misteriosa scomparsa di Rossella Corazzin.
Riportando fedelmente le dichiarazioni di Angelo Izzo, risulta chiaro come lo stesso abbia saputo, e anche molto puntualmente, circostanziare i diversi episodi criminali che si sono susseguiti e che hanno portato alla morte della giovane Rossella, sia nella loro oggettività temporale che nella loro oggettività spaziale e geografica.
Dichiara Izzo, infatti, che Rossella Corazzin è stata rapita in Cadore, violentata ripetutamente durante un rito satanico e infine strangolata in una villa sul lago Trasimeno, in quel momento di (provata) proprietà della famiglia del medico perugino Francesco Narducci, poi scomparso nell’anno 1985, proprio quando il suo nome cominciò a essere associato ai delitti del mostro di Firenze – financo nella stessa città di Perugia – ed in particolare all'omicidio di una coppia avvenuta un anno prima della sparizione di Rossella, esattamente a Borgo San Lorenzo, in Toscana.
Per la Commissione Antimafia, esattamente come per il magistrato Saverio Pavone, dal racconto di Izzo emergerebbero elementi significativi, che non hanno trovato mai, peraltro, una oggettiva smentita ovvero una smentita che rispettasse, anche solo in parte, il principio del ragionevole dubbio.
Inoltre, la descrizione che Angelo Izzo dichiara – in punto di audizione - del luogo dell'omicidio di Rossella Corazzin, risulterebbe così dettagliata da dimostrare con ragionevole probabilità - scrive appunto la Commissione Antimafia - che egli si fosse effettivamente recato nella villa ovvero che ne avesse ricevuto un puntiglioso racconto; villa dove si sarebbero alternate diverse persone, tra queste anche figure di spicco appartenenti alle frange della eversione neofascista dell'epoca.
Le parole di Angelo Izzo, in sintesi, possiedono oggettivamente un filo conduttore, una logica descrittiva, ed una conoscenza impressionante di determinati luoghi lacustri e dei loro dettagli.
La deputata del M5S Stefania Ascari, relatrice nella precedente Commissione Antimafia – la cui interruzione, bisogna ricordarlo, non è affatto dipesa da una fine o da un fallimento investigativo specifico, ma semplicemente dalla chiusura anticipata della legislatura parlamentare – richiese, subito e senza esitare, a quella che sarebbe diventata la futura commissione, la prosecuzione delle indagini interrotte loro malgrado, e con la finalità di riprendere nuovamente visione di tutto il materiale già ampiamente visionato. Perché nulla andasse perso.
In questo rapido quadro di sintesi, non può non menzionarsi il ruolo fondamentale svolto dal magistrato Giuliano Mignini, che ha diretto l'inchiesta sulla morte del medico perugino Francesco Narducci. La riesumazione del cadavere di Francesco Narducci, disposta dal medesimo magistrato nel giugno dell’anno 2002, ha rappresentato lo spartiacque investigativo del giallo di Perugia perché proprio quella riesumazione ha permesso, di fatto, il disvelamento della vera causa della morte di Francesco Narducci, dopo la effettuazione delle perizie medico-legali e delle consulenze tecniche, che hanno affrontato il nodo cruciale del processo Narducci, di fatto risolvendolo, perché hanno frantumato la tesi della difesa, volta a configurare un accidentale annegamento dello stesso medico, con la tesi della accusa ovvero quella di omicidio per asfissia meccanica (strangolamento) dimostrata attraverso l’esame autoptico effettuato sul corpo riesumato di Francesco Narducci.
Giuliano Mignini è entrato poi, formalmente, come consulente della Commissione d’Inchiesta sul fenomeno delle Mafie a inizio 2021. In questa sede ha contribuito, e in modo determinante, alla riapertura e agli approfondimenti sul caso di Francesco Narducci, e sui relativi potenziali legami con i delitti del Mostro di Firenze. Grazie al suo apporto, la Commissione ha approvato all'unanimità una relazione incentrata sulle zone d'ombra della vicenda Narducci, evidenziandone il possibile coinvolgimento con i contesti massonici ovvero con i diversi gruppi d'élite, di svariata matrice.
Ricordando che l’essere ignota non impedisce alla verità di essere vera ma, ancora di più, ribadendo che la verità non può essere scalfita dal peso del tempo, e non corre il rischio di essere risucchiata nell’oblio della dimenticanza finché ci saranno persone prive della capacità di dimenticare gli orrori e le ingiustizie. Persone che, alla loro vita, hanno affidato l’arduo e pericoloso compito della ricerca della verità. E la ricerca della verità si rivela sempre un percorso complesso perché complessa è la verità, e perché il suo percorso si caratterizza per la sua qualità di essere un percorso - a puzzle - graduale pretendendo, quindi, una rigorosa indagine di gradi e, specialmente, per gradi. Quasi mai definitivi, peraltro.
Ed è anche per questa ragione che la tenacia degli investigatori e dei cercatori della verità in generale, deve restare granitica ma al contempo possedere la caratteristica della fluidità. Tenacia di ricerca che deve restare soprattutto indifferente al tempo, e non deve subire arresti o soffrire inerzie di nessun tipo.
Perché non si smetta mai di onorare la memoria di chi, innocente, è morto sotto le mani di coloro che non hanno mai neanche subìto un processo. Manteniamo tutti, quindi, sempre vivo il desiderio della ricerca della verità, certi e consapevoli, come si è, che il peso dell’orrore commesso continuerà a gravare sulle vite di coloro che, quella verità, l’hanno sempre nascosta, conosciuta e taciuta. Consapevolmente. Colpevolmente. Dolosamente.
L’articolo è dedicato a tutte le vittime del mostro ovvero dei mostri che hanno ucciso in terra Toscana, (perché sarebbe, anche, giunta l’ora di eliminare il nesso tra la città di Firenze e gli assassini) nell’orrore in cui qualcuno ha voluto che finissero le loro vite. Perché non vengano mai dimenticate, e per trasmettere autentica vicinanza, che non si cesserà mai di dimostrare alle Famiglie delle Vittime, a cui si vuole dire: “noi siamo e saremo con ciascuno di Voi, sempre, e fino al giorno in cui la verità verrà riesumata perché riemergerà, e così divenire finalmente certezza, conosciuta ed ufficiale, ed in ogni luogo”.
In ricordo delle Vittime del mostro ovvero dei mostri che hanno ucciso in terra Toscana:
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco (21 agosto 1968 - Lastra a Signa);
Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini (14 settembre 1974 - Borgo San Lorenzo);
Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio (6 giugno 1981 - Scandicci);
Stefano Baldi e Susanna Cambi (22 ottobre 1981 - Calenzano);
Paolo Mainardi e Antonella Migliorini (19 giugno 1982 - Montespertoli);
Horst Meyer e Jens Uwe Rüsch (9 settembre 1983 - Galluzzo, i due ragazzi tedeschi uccisi per errore al posto di una coppia);
Claudio Stefanacci e Pia Rontini (29 luglio 1984 - Vicchio);
Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot (9 settembre 1985 - Scopeti di San Casciano, l'ultimo delitto).
Questo articolo è dedicato, con vivissima partecipazione emotiva, anche al ricordo di Elisabetta Ciabani, nata a Firenze e morta il 22 agosto 1982 all’età di 21 anni a Sampieri, frazione di Scicli in provincia di Ragusa. Presunta amica di Susanna Cambi, la ragazza di 24 anni assassinata insieme al fidanzato Stefano Baldi il 22 ottobre 1981 nel duplice delitto di Travalle di Calenzano, Elisabetta Ciabani muore esattamente dieci mesi dopo l'omicidio di Susanna, e appena due mesi dopo il successivo delitto del Mostro (quello di Baccaiano di Montespertoli, avvenuto il 19 giugno 1982). La morte di Elisabetta Ciabani è stata collegata, dagli investigatori, ai misteri e alle morti, cosiddetti collaterali, del mostro di Firenze. Il corpo fu ritrovato straziato da due colpi di coltello, di cui uno dritto al cuore e uno all'addome (quest’ultimo così profondo da scoprirne quasi le visceri) motivo per cui la pista del mostro verrà considerata "collaterale" (ovvero legata a un possibile delitto per mettere a tacere una testimone) e non un'azione diretta del serial killer maniacale.