Raccontare quello che non si vede: la lezione di legalità in “Stragi d’Italia” di Luigi Li Gotti e Saverio Lodato
“Si muore generalmente perché si è soli oppure perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.” Questa dichiarazione chiude uno dei capitoli del celebre libro-intervista Cose di Cosa Nostra, libro che ha scolpito inevitabilmente un’epoca, scritto e pubblicato nel 1991 da Marcelle Padovani, frutto di una serie di incontri con il magistrato Giovanni Falcone, pochi mesi prima della tragica strage di Capaci. Nel ricordarle, ho avvertito un immediato sussulto della memoria, ravvisandone un legame logico e civile che mi ha ricondotto, a distanza di ben trentacinque anni, alle pagine di un'altra opera di cui intravedo il palesarsi del medesimo importante destino. Il richiamo è al volume di Luigi Li Gotti e Saverio Lodato: "Stragi d’Italia" (edizioni Fuoriscena"). Il caso Almasri e tutto quello che Giorgia Meloni e il governo non vogliono ammettere. Un’opera che apre, e immediatamente nella sua prima pagina, con una limpida avvertenza: “Raccontiamo quello che non si vede.” Un monito che sintetizza la essenza stessa delle pagine che seguiranno: la verità non possiede, e non può avere, obiettivi politici specifici, per la chiara ragione che, quando viene davvero raccontata, svela e rivela persone e circostanze e a prescindere da qualunque appartenenza, di qualsivoglia tipologia. La verità non ha padroni. Se essa ha un pregio – e ne ha molti – di certo è quello di discendere, dritta, dal sacrosanto principio penalistico dell’oltre “ogni ragionevole dubbio.” L’avvocato Luigi Li Gotti, già nella epigrafe del libro, non a caso scrive: “Alla stampa libera. Alle vittime della mafia. A chi crede nella nostra Costituzione e la difende.”
Il caso Almasri. Le contestazioni e le critiche a “Stragi d’Italia”
“Stragi d’Italia” è un libro-intervista che ha suscitato contestazioni e forte scetticismo, addirittura criticato per la sua densità e complessità eccessiva, tacciato di essere un franco pamphlet d'accusa politica e, secondo alcuni analisti, per il taglio marcatamente di parte. Eppure, se la prova di una o più teorie risiede nella loro concreta applicazione, questo volume ha già vinto – senza timor di smentita – la sua battaglia lungo il tortuoso cammino che porta alla verità. Perché la verità scatena contestazioni e obiezioni; puntualmente si cerca di oscurarla, non certo per la sua irrilevanza, ma per la sua intrinseca connotazione impetuosa. Il tentativo di metterla a tacere è la prova definitiva della sua importanza. Da sempre, e dovunque, la verità sembra condannata a una sorta di damnatio memoriae preventiva: si tenta di cancellarla perché la sua applicazione pratica farebbe crollare qualsiasi sistema, in ogni dove. Questo è il prezzo che essa impone e che soltanto i coraggiosi pagano. Qui corre il doveroso obbligo di ripetere ciò che dichiarava Giovanni Falcone nella sua lunga testimonianza raccolta da Marcelle Padovani: “si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.” Naturalmente il magistrato si riferiva al concetto di "morte in vita", che non è affatto una contraddizione in termini, ma un'espressione che rimanda subito, in un parallelismo quasi inevitabile, al noto verso che chiude la poesia “Sono una creatura” di Giuseppe Ungaretti: “la morte si sconta vivendo.” La verità isola chi la dice, ghettizza chi la diffonde ma, alla fine, vince sempre. Talvolta presto, talvolta poi. Ed ecco perché il vincitore è quasi sempre solo.
Lo spiega bene il coautore del libro, Saverio Lodato, scrittore e giornalista, autore di testi cardine come “La mafia ha vinto” (l’intervista-testamento di Tommaso Buscetta) e ancora, tra gli altri, “I nemici della giustizia. Magistratura, politica, economia: chi non vuole una giustizia uguale per tutti”, firmato con il magistrato Nino Di Matteo. E credo sia per tutto questo, per questo enorme trascorso professionale e, ancor prima, emotivo, che le prime battute di “Stragi d’Italia” descrivono, esattamente, il gesto normale di un uomo normale che crede nella giustizia. Perché è esattamente nella spontaneità dei gesti che risiede la verità di un uomo: “In nessun paese del mondo – chiosa Lodato – esiste il precedente di un avvocato che, da solo, sorretto esclusivamente dai codici e da un fascio di quotidiani freschi di stampa, un bel giorno sale le scale del Palazzo di Giustizia per denunciare la liberazione, a mezzo di un volo di Stato italiano, del generale libico Osama Almasri, accusato di crimini contro l'umanità e ricercato dalla Corte penale internazionale.” E, con il racconto di tale straordinaria semplicità, inizia la lettura. Il caso Almasri è una vicenda oggettivamente complessa, ma è stata dispiegata con grande chiarezza in questo libro. Ci troviamo sicuramente dinnanzi ad un volume estremamente denso, ricco di spunti di riflessione critici di assoluto rilievo, sia relativamente all'ordinamento giudiziario che alla sua evoluzione. La possenza, la cogenza, l'imperatività e la maestà della legge, tuttavia, orientano ogni riga; gli autori rimangono saldamente ancorati alla norma, facendone il faro di ogni loro analisi.
Non solo il caso Almasri.
Questo libro-intervista non illumina soltanto la vicenda del generale libico, ma svela misteri e segreti, offrendo materiali inediti. Ripercorre le stragi, ancorché di mafia, che hanno segnato la storia del nostro Paese; e qui dobbiamo doverosamente ricordare che il connubio tra massoneria deviata e stragismo, in Italia, è stato sviscerato in diversi saggi storici e inchieste giornalistiche di grande rilievo. Allo stesso modo, risulta doveroso ricordare che l’avvocato Luigi Li Gotti è stato il difensore dei pentiti di mafia, e non già l’avvocato dei mafiosi: la differenza tra i due concetti è tattile e siderale. Sarebbe estremamente giusto che tale distinzione, lungi dall’essere meramente formale, si cristallizzasse nella propria corretta declinazione di significato, finalmente. Offrendo il proprio patrocinio legale, in virtù della legge sui collaboratori, a figure ad altissimo calibro mafioso come Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Giovanni Brusca e Gaspare Mutolo, Luigi Li Gotti ha legato il suo nome alla storia giudiziaria del Paese. Diventa allora quantomai opportuno ricordare come il medesimo avvocato abbia partecipato ai più grandi dibattimenti della Repubblica italiana: da Piazza Fontana al caso Moro, dal processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi fino ai tragici fatti del G8 di Genova del 2001, con la drammatica irruzione alla scuola Diaz.
La legge sui pentiti. La telefonata tra il Giudice Giovanni Falcone e l’Avvocato Luigi Li Gotti.
Le fondamenta del moderno sistema di contrasto affondano nella storica legge Rognoni-La Torre (n. 646 del 1982). Elaborata dal parlamentare Pio La Torre e dal ministro Virginio Rognoni, con la precipua finalità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di associazione mafiosa (il 416-bis) e la misura patrimoniale del sequestro dei beni, la normativa fu approvata dal Parlamento in tempi brevissimi. Purtroppo, ciò avvenne soltanto all'indomani del tragico omicidio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, segnando l'avvio della legislazione antimafia italiana. Su questa base, negli anni successivi, si è sviluppato il sistema dei collaboratori di giustizia, volto a regolamentare la posizione degli ex membri di organizzazioni criminali o terroristiche intenzionati a rompere l'omertà e cooperare con lo Stato. Il vero anello di congiunzione e punto di svolta in questo percorso è stato Francesco Marino Mannoia, uno dei chimici più importanti di Cosa Nostra. Quando nel 1989 decise di collaborare con la giustizia, le sue rivelazioni erano talmente scottanti che nessun avvocato in Sicilia voleva rischiare di assumere la sua difesa per paura di ritorsioni. Mannoia divenne così il catalizzatore del rapporto tra l'avvocato Luigi Li Gotti e il Magistrato Giovanni Falcone, segnando una svolta decisiva nella storia della Repubblica del nostro Paese. Questo legame professionale e umano portò Li Gotti a lavorare a stretto contatto con il pool antimafia proprio nel momento storico in cui si stava definendo la necessità di una normativa organica sui collaboratori. Falcone, che da lì a poco si sarebbe trasferito al Ministero della Giustizia a Roma, intuì che per convincere i mafiosi a parlare e scardinare l'omertà occorrevano garanzie giuridiche ed economiche ferree: da quell'impulso nacque, infine, la storica legge n. 82 del 1991.
Dal passato alla modernità: il Codice Antimafia e le nuove sfide preventive.
Quell'impalcatura d'emergenza, edificata sul sangue dei martiri dello Stato e perfezionata all'inizio degli anni Novanta, ha trovato una sua definitiva e organica sistemazione solo vent'anni dopo, con il Decreto Legislativo n. 159 del 2011, universalmente noto come il Codice Antimafia. Un testo unico nato con l'ambizione di raccogliere, coordinare e semplificare un coacervo di leggi stratificate in decenni di contrasto, divenendo il punto di riferimento assoluto per l'applicazione delle misure di prevenzione personali e patrimoniali.
Tuttavia, come dimostra la analisi del testo di Li Gotti e Lodato, la mafia ha progressivamente smesso di sparare per infiltrarsi silenziosamente nei gangli dell'economia legale, costringendo il legislatore a una radicale evoluzione degli strumenti di difesa. L'attuale legislazione ha così abbandonato la logica puramente repressiva del passato per abbracciare una strategia di prevenzione collaborativa ed economica. Riforme cruciali – dalle modifiche del 2021 fino ai recentissimi decreti in materia di sicurezza pubblica del 2025 e 2026 – hanno ridisegnato il volto delle interdittive antimafia. Si è passati da un sistema rigidamente punitivo a uno strumento duale: da un lato si garantisce il contraddittorio all'impresa a rischio di infiltrazione, dall'altro si introduce la "prevenzione collaborativa" per i casi di agevolazione occasionale, affiancando ad aziende in difficoltà esperti della prefettura per bonificarle dall'interno senza decretarne il fallimento immediato. Accanto al temperamento delle misure patrimoniali, l'attuale normativa ha esteso maglie strettissime per i controlli sui benefici pubblici, sui contratti di rete e sulla tracciabilità dei flussi finanziari, estendendo l'obbligo delle verifiche a figure aziendali un tempo escluse, come i direttori tecnici o i membri dei collegi sindacali. Se un tempo la trincea si misurava sulle strade della Sicilia, oggi il perimetro della legalità costituzionale si difende attraverso le banche dati uniche, le segnalazioni delle operazioni sospette e il monitoraggio stringente degli appalti pubblici. È la declinazione moderna di quel medesimo "faro della legge" che orienta le pagine di Stragi d'Italia: uno scudo normativo in perenne evoluzione, necessario affinché la maestà del diritto sappia sempre decodificare e sconfiggere ciò che, nell'ombra, ancora non si vede.
Il significato del libro.
Se la Storia è uguale dinanzi a tutti gli uomini, non tutti gli uomini sono uguali dinanzi alla Storia. Se oggi possiamo essere ben certi che la giustizia, in larga parte, si è compiuta e, ancor prima, se oggi conosciamo e possediamo le mappe mafiose familiari, anche geografiche, lo dobbiamo al senso del dovere, allo spiccato coraggio e alla determinazione dei magistrati, degli avvocati, delle Forze dell’Ordine, dei giornalisti, degli scrittori ovvero di tutti coloro che non si sono mai tirati indietro, anche quando era difficilissimo andare avanti, anche quando il costo di quel procedere innanzi si mostrava elevatissimo.
Poche settimane fa è andata in onda su Rai Uno una puntata speciale denominata 779 giorni – a cura della giornalista Emilia Brandi – sulla indescrivibile storia di Giuseppe Di Matteo. Abbiamo ascoltato le testimonianze, abbiamo guardato le immagini, e credo che nessuno abbia potuto provare una sofferenza anche soltanto leggermente attenuata rispetto a quella di ieri.
Il magistrato Alfonso Sabella ha raccontato la cattura di Giovanni Brusca, dichiarandolo come il momento più importante della sua vita: “Mi lasciai cadere e cominciai a piangere, è stato il momento più bello della mia vita. Lo Stato, quando vuole, riesce a vincere qualunque tipo di battaglia, ma occorre che lo voglia veramente.”
L’avvocato Luigi Li Gotti ha pronunciato queste parole, in quella stessa puntata: “Il delitto che mi è più pesante rimane quello del bambino. Certo, le stragi, tutte, l'eliminazione di uomini, degli innocenti, pesano tutte, ma quella del bambino mi pesa, caspita se mi pesa. Ma queste sono cose che processualmente non rilevano, pesano sugli stati d’animo.”
Sono parole che hanno bucato lo schermo, quelle di Li Gotti, potenti della medesima sofferenza che, fluorescente, affiorava dal suo sguardo. Uno sguardo da cui trapelavano, nitidi, la commozione, il dolore e l'incapacità di dimenticare. Perché se la legge sui collaboratori di giustizia ha cambiato la fisiologia della mafia nel nostro Paese, allo stesso modo, ma su piani diversi, ha cambiato anche la vita di chi quella legge l’ha applicata ogni giorno, vivendola irrimediabilmente a strettissimo contatto con la propria umanità. Uomini soli, alla ricerca di un difficilissimo bilanciamento tra il rigore del dovere scelto e la propria emotività; un mondo interiore che scalpita con forza, ma che ha il divieto assoluto di affiorare. Credo, convintamente, che si debba trarre ispirazione e anche coraggio dal loro esempio; dall’esempio di tutti coloro che hanno consacrato la propria esistenza alla giustizia e alla ricerca della verità, e che ancora proseguono nel farlo. Questo esempio, insieme al pensiero costante per le vittime innocenti della mafia, deve orientare i nostri comportamenti. Perché questo è il vero tema: non è più sufficiente ricordare, è necessario agire, fare delle scelte, e farle in una direzione ben precisa.
Se Stragi d’Italia possiede un messaggio – e lo possiede – non è affatto propagandistico, ma è un invito costante, e anche molto pesante, a non dimenticare oltre ad essere un imperativo a proseguire la ricerca della verità, graniticamente, sino alla giustizia.