Disorganizzata sanità vissuta in Umbria e raccontata in una lettera: parole che devono far riflettere

01.08.2026 15:32 di  Redazione Perugia24.net   vedi letture
Disorganizzata sanità vissuta in Umbria e raccontata in una lettera: parole che devono far riflettere

Una brutta vicenda accaduta all'ospedale di Pantalla raccontata in una lettera. Scrivo queste righe dopo il ricovero di mia madre, una donna di quasi novant'anni, al Pronto Soccorso dell'ospedale di Pantalla. Non lo faccio per cercare un colpevole e nemmeno per puntare il dito contro medici, infermieri o OSS, che ogni giorno lavorano in condizioni spesso impossibili. Lo faccio perché ciò che ho visto mi ha profondamente ferita e credo che il silenzio, in questi casi, non aiuti nessuno. Mia madre è arrivata in Pronto Soccorso con forti vertigini e nausea. Gli accertamenti hanno escluso patologie più gravi e di questo ringrazio il personale sanitario. Ma da quel momento è iniziato un percorso che mi ha fatto comprendere quanto sia fragile oggi il nostro sistema sanitario. L'ospedale di Pantalla è nato per servire un vasto territorio, ma il Pronto Soccorso dispone di un organico ridotto al minimo: un medico, un infermiere e un OSS per gestire contemporaneamente tutti gli accessi e i pazienti ricoverati in OBI. Mi domando come sia umanamente possibile garantire un'assistenza adeguata in queste condizioni. Sabato sera mi è stato detto di tornare a casa perché si sarebbero occupati loro di mia madre. Mi sono fidata. Poco dopo la mezzanotte, però, ricevo una telefonata che mi chiede perché non fossi andata a riprenderla. Sono rimasta senza parole. Nel frattempo le avevano già applicato una flebo e un catetere vescicale, segno evidente che il suo percorso assistenziale era cambiato. Mi sono chiesta come fosse possibile una comunicazione tanto confusa proprio in un momento così delicato. Successivamente è emersa la necessità di una visita otorinolaringoiatrica. A Pantalla, però, l'otorino non c'è. È stato quindi necessario trasferire mia madre in ambulanza a Perugia. Una donna di quasi novant'anni, con una violenta labirintite, è stata costretta ad affrontare il viaggio sulla E45 tra cantieri, deviazioni, code, asfalto dissestato e continue sollecitazioni della barella. Mi sono chiesta se davvero questa fosse la soluzione migliore. Non sarebbe stato più semplice, più umano e forse anche meno costoso far arrivare lo specialista a Pantalla? Ma ciò che più mi ha colpito non è stata soltanto l'organizzazione. È stato il modo in cui alcune persone venivano trattate. In ospedale non si entra per passatempo. Si entra perché si sta male. E quando si hanno ottanta, novanta anni, oltre alla malattia ci sono la paura, la fragilità e spesso anche la solitudine. Ho sentito con le mie orecchie un paziente chiamare perché aveva bisogno di essere cambiato. La risposta è stata: "Perché hai suonato?" Alla sua risposta: "Sono pieno", è seguito un commento che non avrei mai pensato di ascoltare in un ospedale. Sono parole che umiliano. Nessuno pretende miracoli da chi lavora con personale insufficiente e turni massacranti. Ma il rispetto non dovrebbe mai mancare. Ho svolto volontariato per anni nel reparto di Oncologia e in Hospice a Perugia. Ho visto il dolore, la sofferenza e la morte. So quanto sia difficile lavorare nella sanità e quanta dedizione mettano ogni giorno tanti professionisti. Proprio per questo sento il dovere di dire che il problema non sono le persone. Il problema è un sistema che, anno dopo anno, è stato impoverito fino a mettere in difficoltà sia chi cura sia chi viene curato. I tagli che lo Stato o le Regioni ritengono necessari non possono ricadere sulle persone malate. La sanità non è un costo qualsiasi. È il luogo dove, nei momenti più fragili della nostra vita, dovremmo sentirci accolti e rispettati. Dietro ogni paziente c'è una storia. Dietro ogni anziano c'è una vita intera. La dignità non può andare perduta tra un turno e l'altro, tra una carenza di personale e un bilancio da chiudere. Questa non è solo la storia di mia madre. È la storia di tante famiglie che ogni giorno entrano in un ospedale con la speranza di trovare cure, competenza e umanità. Perché la medicina cura il corpo. L'umanità cura anche il cuore. Autorizzo la pubblicazione della presente lettera nella sua forma integrale". Lettera firmata (Paola T.)

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