"Budapest 1956. I giorni della rivolta": è il nuovo libro del giornalista perugino Umberto Maiorca
A settant'anni dalla rivolta ungherese, un romanzo storico riporta alla luce l'eco profetica di una libertà tradita. A settant'anni di distanza dai fatti di Budapest del 1956, arriva in libreria "Budapest 1956. I giorni della rivolta" di Umberto Maiorca, edito da Eclettica Edizioni. Un romanzo storico avvincente e rigoroso che, attraverso il ritrovamento di alcuni taccuini ingialliti, riporta alla luce una delle pagine più eroiche e tragiche del Novecento, restituendo al lettore il racconto di quei giorni che incendiarono l'Ungheria. Questa a seguire la trama del romanzo.
Un giornalista appassionato di storia riceve una telefonata notturna da un rigattiere dai mille talenti. Ha trovato, nascosti nel doppiofondo di una vecchia scrivania, dei taccuini ingialliti. Sul primo foglio si legge una data: Budapest, 23 ottobre 1956.
Inizia così un viaggio a ritroso nel tempo, che riporta alla luce la scintilla che ha incendiato l'Ungheria. Attraverso le pagine di quel diario, scritto da tre giovani amici – István, il cronista radiofonico, Matos, il combattente, ed Erika, la ragazza con il mitra in spalla – rivive la genesi della rivolta contro il regime stalinista di Rákosi e di Gerő, la speranza del riformismo di Imre Nagy, fino all'invasione dei carri armati sovietici che il 4 novembre 1956 schiacciano nel sangue il sogno di libertà di un intero popolo. Tra le barricate di Budapest, la storia personale dei tre ragazzi si intreccia con gli eventi storici: l'assedio della radio, l'abbattimento della statua di Stalin, la brutale repressione e il tradimento di János Kádár. Un intreccio narrativo sui generis – come lo definisce Leonardo Varasano nella prefazione – in cui una storia di amicizia (e di amore, benché sullo sfondo) tra giovani rivoltosi si mescola all'odore acre e all'orizzonte rutilante dei combattimenti.
Umberto Maiorca, nato a Perugia nel 1970, è giornalista professionista, laureato in Lettere con indirizzo storico all'Università degli Studi di Perugia e con un Master in Storia e storiografia multimediale presso l'Università degli Studi di Roma Tre. Si occupa di cronaca giudiziaria e nera per Perugia Today. Scrittore e storico per passione, ha pubblicato una raccolta di racconti di vicende giudiziarie, una biografia romanzata di Jan Palach e un saggio sulla rivolta di Budapest. Ha scritto un volume illustrato per raccontare ai giovani l'Italia attraverso i simboli del Tricolore, dell'Inno di Mameli e del Milite Ignoto. Con "Trieste 1954" ha voluto raccontare la dolorosa pagina dell'esodo istriano e dei quasi dieci anni di distacco della città dall'Italia. I suoi saggi storici sono comparsi su diverse riviste specializzate e in alcune miscellanee; pubblica inoltre il podcast "Medioevo in armi", dove racconta le battaglie dell'età di mezzo.
Un libro sorretto da fonti autentiche
Come sottolinea Leonardo Varasano nella prefazione, non si tratta propriamente di un volume di storia – come richiederebbero i «pretoriani della scienza», per usare le parole di Alberto Maria Ghisalberti – ma di «un volume a tema storico, sorretto da un'ampia bibliografia e da un articolato panorama di fonti giornalistiche». La narrazione restituisce il pathos di quei giorni – tra il 23 ottobre e il 12 novembre 1956 – e la tenacia di una rivolta erosa a poco a poco, passando in rassegna con acribia i temi politici e i protagonisti: il dispotismo comunista di Rákosi, il terrore brutale, la delazione diffusa, la continua intrusione nelle "vite degli altri", il calcagno sovietico sull'Ungheria, il collasso economico, le incertezze rovinose della destalinizzazione, il desiderio profondo e insopprimibile di libertà e di autodeterminazione di una parte significativa del popolo magiaro, le proteste – sostanzialmente spontanee, nella ricostruzione di Maiorca – guidate da studenti e operai, l'orgoglio di una nazione in armi (improvvisate), gli scricchiolii della cortina di ferro che interessano Polonia e Ungheria, i rischi di un effetto-domino per il sistema comunista, il breve ritorno al potere, impastato di coraggio e ingenuità, di Imre Nagy («allo stesso tempo, comunista convinto, riformatore coraggioso, ma anche martire della libertà»), le barricate, il caos e i carri armati sovietici. E infine il sangue, copioso, a ricordarci – come scriveva Luigi Pirandello ne I vecchi e i giovani – che la storia non è (solo) un insieme di parole rapprese nei libri, ma soprattutto «movimento scomposto, rimescolio, tumulto», una contesa in cui vita e morte si affrontano.
In un assolato ottobre, Buda e Pest si riempiono di suoni e colori che Maiorca descrive con acribia, ricordando il valore dei canti gridati per darsi forza – la Marsigliese o l'Inno di Kossuth, ad esempio – e dei simboli del coraggio, come il tricolore magiaro con un visibile buco al centro, privato di ogni segno socialista. Le strade diventano teatro di una guerra impari: la resistenza è lentamente costretta a spegnersi, troppa è la disparità tra i contendenti, troppa l'anarcoide disorganizzazione dei ribelli. «Molotov, fucili e pazzia» non possono bastare. L'eroismo, benché maldestramente negato da artificiose ricostruzioni giornalistiche dell'epoca, piegate all'ideologia, resta. Così come, con l'accensione di quella valorosa «fiaccola della libertà», resta l'anticipazione profetica di quanto sarebbe accaduto oltre trent'anni dopo, nel 1989, con la caduta del muro di Berlino.
A settant'anni di distanza, l'eco dei fatti di Ungheria – di una rivolta dolorosamente naufragata, eppure profetica, di un anelito di libertà schiantato nel sangue – è ancora viva, ma tenue e confusa, talvolta perfino banalizzata, quasi assente nei programmi scolastici. Restano spesso le canzoni, frequentemente riadattate in motivetti di maniera funzionali al tifo degli stadi, a ricordarci quello sforzo eroico; a ricordarci, malinconicamente, che di fronte a quella pagina lancinante della storia internazionale il mondo restò lì, fermo, a guardare, «sull'orlo della fossa seduto». Questo romanzo storico, basato su testimonianze e documenti autentici, ci ricorda quanto sia alto il prezzo della libertà e perché, a settant'anni di distanza, la voce di quei "ragazzi di Buda" non debba mai essere dimenticata.