"Devo tutto a Luciano Gaucci, che in privato era diverso dall'immagine che mostrava in pubblico"

10.05.2020 16:40 di Redazione Perugia24.net   Vedi letture
"Devo tutto a Luciano Gaucci, che in privato era diverso dall'immagine che mostrava in pubblico"

Un’ora di video-chat sul profilo Instagram della Gazzetta di Nicola Binda (che poi ha riportato ieri l'intera intervista sul sito dello stesso giornale e che qui abbiamo ripreso) con Serse Cosmi, per ripercorrere i momenti più importanti della sua carriera. E il personaggio non poteva deludere. L’allenatore del Perugia dopo 20 anni è tornato nel club che l’ha lanciato in Serie A, facendolo conoscere a tutti gli sportivi italiani, all’inizio di un percorso che l’ha portato in tutta l’Italia facendosi apprezzare ovunque. A testimoniarlo, le decine di messaggi d’affetto arrivate dai tifosi di Lecce e Trapani, Genoa e Venezia, Livorno e altre, tra le quali ovviamente Perugia. Dove tutto cominciò. Dopo un toccante ricordo di Luciano Gaucci (”fuori dal campo si era creato un’immagine, ma in privato è stato un ottimo dirigente e gli devo tutto”), Cosmi ha parlato dei primi anni di Perugia, tracciando la sua formazione ideale: “In porta Mazzantini o Kalac, i tre difensori Materazzi, Di Loreto e Milanese, esterni Grosso e Ze Maria; a centrocampo Liverani con Baiocco e Tedesco, oppure Blasi e Obodo; in attacco Vryzas e Bazzani o Miccoli”. E non solo: “Quel 3-5-2, a livello tattico, con quei giocatori, non si è più visto e andrebbe usato come esempio”. Mentre tanti suoi ex giocatori sono intervenuti per salutarlo (”Ho sempre cercato la complicità con loro, ma dopo Perugia non sempre è stato facile: forse solo a Trapani ci sono riuscito”), ha ricordato i più forti che ha allenato: “Fabian O’ Neill in assoluto, poi Miccoli per le qualità balistiche. Quello che avrei voluto allenare? Ovviamente Totti. Sono andato al suo addio al calcio e mi sono commosso”. Tra gli aneddoti della carriera, Cosmi ha raccontato quando venne espulso in un Lazio-Perugia e, uscendo dal campo, gridò verso la tribuna Montemario che lo insutava “Forza Roma!”. Sorride: “Peccato che mi stessero riprendendo e l’immagine è comparsa sul tabellone, così tutto lo stadio ha visto. L’arbitro ce ne aveva fatte di tutti i colori, stavo andando verso gli spogliatoi, mi tiravano le bottigliette e l’unico modo per difendermi è stato quello”. Durante il racconto, Cosmi ha voluto inquadrare un quadretto con uno striscione: “Me l’hanno portato gli Irriducibili della Lazio. Vennero in albergo prima di un Roma-Perugia: un segno di stima che ho apprezzato molto”. Un altro momento che Cosmi ha voluto ricordare è stato il fuorionda trasmesso da Striscia la notizia a inizio anni Duemila, quando il tecnico venne colto in qualche commento sgradevole: “Fu una vigliaccata, una delle cose che più mi hanno fatto male in vita mia, insieme alla rapina che ho subito in casa ed un episodio a Trapani. Lo confesso, avrei voluto smettere. Solo le persone che mi erano vicine mi hanno dato la forza per andare avanti”. Tra le domande, c’è stata quella legata al suo soprannome “Uomo del fiume”. Com’è nato? “Sono cresciuto in riva al Tevere, mio padre era guardiano di una zona e facevamo tutto lì. Ricordo con orgoglio quei momenti”. Tra le passioni fuori dal campo ha ricordato le esperienze da dj e l’amore per il ciclismo: “Un vero peccato non vedere il Giro. In passato ho spesso spostato gli allenamenti alle 18 per poter vedere l’arrivo delle tappe”. Cosmi ha ricordato le varie tappe: “A parte il Perugia, la squadra in cui mi identifico di più è il Genoa. Porto nel cuore il Salento, una terra che ha tutto per piacermi. A Brescia ho fatto risultati importanti che forse oggi andrebbero riletti. E poi Trapani, dove ho rivissuto la follia del primi anni”. Curioso l’incrocio con Massimo Oddo: “A Lecce era a fine carriera e ci siamo lasciati male, ma quando è diventato allenatore ha capito cosa vuol dire un calciatore al capolinea. Ci siamo chiariti e ritrovati nella finale playoff Pescara-Trapani: dopo la sconfitta ero demoralizzato e lui mi ha consolato. Un bel gesto, perché tra noi allenatori c’è molta ipocrisia. E il caso ha voluto che a Perugia prendessi proprio il suo posto”. Infine, Mourinho. Sì, perché lo Special One lo chiamò “Mago Merlino”. Perché? “Accadde a Livorno, appena arrivato la squadra dopo 9 giornate aveva solo 3 punti e vincemmo due partite. Alla terza arrivava la sua Inter e Materazzi me lo presentò chiamandomi in quel modo. Mou mi stupì, perché sapeva tutto di me, conosceva anche il nostro calendario delle gare successive...”.