L'intervista di Riccardo Gaucci alla Gazzetta dello Sport su ieri, oggi e domani del Perugia

29.11.2025 09:50 di  Redazione Perugia24.net   vedi letture
L'intervista di Riccardo Gaucci alla Gazzetta dello Sport su ieri, oggi e domani del Perugia

Il figlio di Luciano, presidente del club per 13 anni, è tornato ad ottobre come responsabile tecnico: “Quando mi hanno chiamato, si è riacceso tutto l’amore per questi colori. Il nuovo tecnico è l'uomo giusto per ripartire. Quanti ricordi con mio padre: la lite in tv con Matarrese, gli acquisti. E se Gheddafi jr…”. Riccardo Gaucci non ha perso il conto delle mille vite vissute a Perugia. Negli ultimi trent’anni è stato capitano della Primavera con cui ha vinto due scudetti, bomber della formazione di calcio a 5, pure il ragazzino che Nevio Scala voleva mandare in panchina contro la Roma di Totti e Balbo: “Durante la rifinitura per un contrasto con Dicara rimediai una grave distorsione al ginocchio. Non riuscii a esordire. Papà Luciano fu categorico: ‘Se non puoi giocare in A con la nostra maglia devi smettere’. Così a 21 anni, nel 1997, sono diventato dirigente”. Tra vittorie, storici successi e rovinose cadute lo scorso ottobre Gaucci è tornato. Un colpo di scena da film del presidente argentino Javier Faroni, deciso a salvare il club umbro dal baratro. “La squadra arrivava da sette sconfitte consecutive e aveva già cambiato due allenatori in dieci giornate. Quando il Ceo Herman Borras mi ha chiamato ho accettato subito. Il Perugia aveva bisogno anche di me, sono diventato responsabile tecnico. Insieme alla dirigenza, con l’ingresso in società di Walter Novellino, abbiamo scelto Giovanni Tedesco per la panchina. Volevamo un allenatore esperto pronto alla battaglia”. Sono arrivati cinque risultati utili di fila nel girone B (due vittorie, tre pareggi), ora la sfida con la Juventus U23.

Gaucci, di nuovo i bianconeri, come quel 14 maggio 2000. 

“Adesso però lottiamo per salvarci in Serie C e l’U23 è una formazione di giovani talenti. Venticinque anni fa era tutta un’altra partita: il diluvio del Curi, Collina arbitro, Mazzone e Ancelotti in panchina. Vincemmo con un gol di Calori e la Lazio si aggiudicò lo scudetto”.

Oggi con Tedesco la squadra sembra aver finalmente cambiato marcia. 

“Siamo terzultimi con 12 punti, vogliamo uscire dalle sabbie mobili e riportare il Perugia dove merita. Con il mister ci conosciamo da tanto: da giocatore ha indossato la fascia da capitano. Ha anche segnato il gol in finale di Coppa Intertoto contro il Wolfsburg. Abbiamo lavorato insieme anche a Malta con il Floriana. Era l’uomo giusto per ripartire”.

Suo padre Luciano riuscì a trascinare il club dalla C1 alla A in quattro anni. Qual è il suo obiettivo? 

“Un passo alla volta, non possiamo guardare troppo oltre. Ho trascorso 15 anni in questo club. Subito dopo la telefonata della proprietà si è riacceso tutto l’amore che provo per i colori biancorossi. Soffrivo a vedere la squadra in fondo alla classifica. Farò di tutto per evitare la retrocessione”. 

Nell’ultimo Perugia in Serie A, lei era accanto a suo padre.

“Un uomo straordinariamente generoso e intelligente. Ha rivoluzionato la società grazie alle sue idee. Pensate ai grandi colpi del mercato: la ripartizione dei diritti televisivi era molto diversa. L’unico modo che aveva il Perugia di poter combattere ad armi pari contro un top club come la Juventus era comprare giocatori all’estero. Bravi, ma che guadagnassero poco”.

Dalla meteora cinese Ma-Ming Yu all’argentino Pablo Guinazu, fino a un paio di acquisti diventati storici.

"Come il sudcoreano Ahn. La sua unica colpa è aver fatto quello che doveva. Ha segnato la rete decisiva al golden gol negli ottavi del Mondiale 2002 contro l’Italia, la partita di Byron Moreno. Ancora non riesco a spiegarmi cosa saltò in mente a mio padre: lo licenziò in diretta tv al Processo di Biscardi. A Perugia non è mai più tornato”. 

Prima di lui in Umbria è arrivato Nakata. 

“Un robot. Non ho mai conosciuto un professionista così in tutta la mia carriera. Si allenava il triplo degli altri, non sgarrava mai la dieta, sempre puntuale, preciso, educato. Non sembrava umano. Ecco perché è diventato un campione”. 

Poi è stato il turno di Saadi Gheddafi. 

“Un amico sincero. Ha affrontato situazioni atroci per colpa del suo cognome. Lui avrebbe potuto salvare il Perugia dal fallimento”. 

Cioè? 

“Nel 2005 stava entrando in società. Purtroppo Colantuono non l’hai mai fatto giocare, quindi si è allontanato. Con Gheddafi il club sarebbe certamente rimasto in vita”.

Tanti campioni sono partiti da Perugia: Grosso, Materazzi, Gattuso. Il più difficile da gestire? 

“Il croato Milan Rapaic. Nei primi anni Duemila avevamo anche la formazione di calcio a 5, tutti i giorni finiva il lavoro in campo ed entrava al palazzetto dello sport accanto. Ricominciava ad allenarsi, senza che nessuno lo sapesse. Era instancabile”.

Ha trascorso 15 anni in Umbria, prima da giocatore e poi da dirigente. Qual è il ricordo più bello? 

“La partita contro il Verona del 9 giugno 1996 con Galeone in panchina. Vincemmo 3-2 e tornammo in A. Sono passati quasi 30 anni, ma ricordo ogni momento. La festa con i tifosi, l’invasione biancorossa in città. Non ho mai visto mio padre così felice come quella volta”. 

Come si è passati dal trionfo al fallimento? 

“Papà era cambiato, soffriva di Alzheimer, io e mio fratello Alessandro ce ne siamo accorti tardi. Darei tutto per tornare indietro ed evitare quel tragico finale”. 

Tutta la famiglia Gaucci pagò le conseguenze. 

“Ho chiuso i ricordi in un cassetto. È una parte della nostra vita che vorrei dimenticare. Preferisco ricordare mio padre per quanto di bello è riuscito a fare. Comprese le sue spontanee follie”. 

La lite con Matarrese resterà un momento epico. 

“Ero all’aeroporto di Cagliari, seguivo il gruppo del calcio a 5. Stavamo per imbarcarci. In una delle tv davanti al gate parte un servizio al telegiornale: vedo mio padre litigare e insultare pesantemente Matarrese. Si fermarono tutti a guardare, scoppiammo a ridere”.

Quando Luciano Gaucci iniziava non ce n’era per nessuno.

“Portava la squadra in ritiro anche dopo le vittorie. Tutti chiusi in hotel per almeno due settimane. I giocatori non potevano vedere le famiglie e si lamentavano. Ricordo qualcuno prendere a pugni gli armadietti e spaccarsi le mani dalla rabbia. Papà spesso esagerava, ma era il suo modo per fissare l’obiettivo”. 

Lei ha portato i maltesi del Floriana fino ai preliminari di Europa League, con il suo Assisi è arrivato in Promozione partendo dalla Seconda Categoria. E ora? 

“Voglio salvare il Perugia. Lo devo alla storia di questo club e ai tifosi. Papà sarebbe orgoglioso”.