Avete anche voi la "sindrome della capanna"? Anche a Perugia sta colpendo molti dopo il lockdown...

28.05.2020 18:10 di Redazione Perugia24.net   Vedi letture
Avete anche voi la "sindrome della capanna"? Anche a Perugia sta colpendo molti dopo il lockdown...

“Non è che oggi abbia tutta questa voglia di uscire. Curioso dopo questo lungo periodo di divieti”. Twitta così, Insopportabile, che inconsapevolmente tira in ballo una delle questioni più calde degli aspetti psicologici emergenti in Fase 2: la ‘sindrome della capanna’. Questa problematica, che “non è una malattia” bensì un nucleo di aspetti “comportamentali e psicopatologici legato a condizioni specifiche”, potrebbe coinvolgere un gran numero di italiani. Basti pensare che, secondo “le stime previsionali” della Società italiana di Psichiatria (Sip), rispetto “ai 900 mila pazienti attualmente in carico presso i Dipartimenti di Salute Mentale (Dsm)”, vi saranno “nei mesi successivi alla pandemia, circa 300.000 persone in più che si metteranno in contatto con i Dsm, per una serie complessiva di disturbi”. A dichiararlo è Massimo Di Giannantonio, psichiatra e presidente della Sip, intervistato dalla Dire.

Come si spiega allora il crescente fenomeno rilanciato dai media degli assembramenti nelle piazze, dei Navigli pieni fin dal 5 maggio, rispetto a questa sindrome emergente? Di Giannantonio risponde chiaramente: “Possiamo dire che la sindrome della capanna e la movida senza prevenzioni sono due aspetti reattivi a condizioni ambientali, relazionali, sociali o di rischio pandemico, esattamente opposti. Se la movida è rimozione e negazione del rischio pandemico, la sindrome della capanna è una fobizzazione, una costruzione reattiva di tipo fobico, a dei rischi che in maniera sproporzionata vengono vissuti come enormi, pericolosi, incontrollabili”.

Sul punto, il presidente Sip ci tiene però a precisare che “non bisogna estendere la questione in modo arbitrario”, e fornisce un esempio lampante: “Rispetto alla movida, che sia milanese, padovana o palermitana, a 1.000 persone che vanno sui Navigli non corrispondono altrettanti milanesi con la sindrome della capanna, questo è certo”. Approfondendo le radici della problematica, “la sindrome della capanna è una vulnerabilità e una riduzione della motivazione esistenziale in soggetti maggiormente predisposti e colpiti da situazioni di sofferenza, inibizione e difficoltà di resilienza”, puntualizza l’esperto. Basti pensare che “rispetto ai morti per Covid-19, le stime indicano che per ogni morto ci sono almeno 3 componenti del nucleo familiare che hanno dovuto subire un lutto senza assistere il congiunto, senza poter celebrare il funerale- continua- senza poter metabolizzare la perdita. Questo li rende soggetti potenzialmente vulnerabili a un successivo disagio”. La sindrome della capanna non è paura di essere contagiati, “piuttosto è il timore di tornare alla vita di prima”. Tanto che, ricorda lo psichiatra, può interessare “pazienti ricoverati con terapie riabilitative per decenni, che persi i legami familiari vivono l’abbandono del luogo terapeutico con la grave paura di risultare inadatti al reinserimento sociale”. E ancora, può colpire le popolazioni che vivono a latitudini “estreme, nordiche, per le quali l’ambiente geografico e climatologico li costringe a mesi di vita ritirata in ambienti ristretti”. Ciò che è certo è che i disagi psichici in Fase 2, cominceranno ad emergere, “da quanti sono stati costretti a vivere in isolamento per malattia o convalescenza, a chi ha una situazione di solitudine relazionale fino agli operatori sanitari”. La loro condizione, infatti, preoccupa particolarmente l’universo della psichiatria, “sono stati obbligati a turni soprannumerari, hanno esaurito le risorse professionali e vivono con la paura di poter infettare in modo incolpevole i luoghi familiari, i figli, i genitori, i congiunti”, afferma Di Giannantonio.