Negli ultimi dieci anni quante squadre escluse dai professionisti! Il Perugia ed altre 85...

09.07.2018 14:30 di Redazione Perugia24.net  articolo letto 510 volte
Fonte: Sebastian Donzella

Un intero girone fantasma. È quello che manca alla Serie C dall'introduzione della Lega Pro unica. In quattro anni, infatti, sono state perse 21 società che avevano acquisito il diritto di partecipare al campionato ma, tra esclusioni e rinunce, hanno salutato il professionismo. Praticamente cinque l'anno, più o meno il numero dei club che "rischia" questa estate. Anzi, facciamo 22, visto che il Modena si è iscritto ma dopo un paio di mesi ha alzato bandiera bianca. Riflettendoci, in realtà, potremmo dire 21, dal momento che il Messina è retrocesso in D a causa dell'ultimo posto occupato a metà 2017. Peccato, però, che la retrocessione sia stata sancita a metà 2018, con quasi un anno di ritardo.

Eppure, in fondo, c'è addirittura da esultare. Perché i più giovani e meno attenti, non ricordano le venti società scomparse in un colpo solo: era il 2010, esistevano ancora 1^ e 2^ Divisione. Fu una strage, sportivamente ed economicamente parlando: fuori le retrocesse dalla B Gallipoli e Mantova, niente iscrizione in 1^ per Arezzo, Perugia, Rimini, Real Marcianise e Figline, niente 2^ per Potenza, Pescina VG, Legnano, Alghero, Olbia, Pro Vercelli, Sangiustese, Itala San Marco, Pro Vasto, Cassino, Monopoli, Manfredonia e Scafatese. Il campionato dei campanili, sì. Quello delle esclusioni. Un anno incredibile che portò a un ripescaggio più unico che raro: quello direttamente dall'Eccellenza della Sanremese che, giusto un anno dopo, alzò bandiera bianca.

Non è che l'anno dopo andò meglio: furono in 14 a non farcela e iniziò una forte riflessione sulla riduzione dei campionati: si fece in tempo a giocare altre due stagioni e a salutare altre 15 compagini.

 

Si disse che così non si poteva andare avanti e si scelse di dare un taglio netto ai club: dal 2014 non più 90 ma 60, niente più C divisa in due serie ma C unica. L'inizio non fu affatto dei peggiori: tra un Padova retrocesso dalla B e una Nocerina spedita tra i dilettanti per illecito sportivo, l'unico club che da un anno all'altro salutò la Lega Pro disputata un anno prima fu il Viareggio. Il problema sembrava risolto ma il peggio doveva ancora arrivare: nel 2015 saltarono in otto, i fantasmi del passato tornarono prepotenti. Anche perché si parlava di piazze di un certo peso e di una certa storia come Varese (dalla B), Venezia, Monza, Grosseto e Reggina (che i debiti li aveva, a onor del vero, fatti in cadetteria). 

 

Negli ultimi due campionati, invece, la media si è assestata intorno ai 5 club saltati per aria ogni estate. E anche quest'anno siam già sicuri che qualcuno ci saluterà: già fuori il vecchio Vicenza (dire Bassano sarebbe ingiusto per il popolo giallorosso), Pro Piacenza, Reggiana e Mestre stanno per abbandonare. La Lega Pro, numeri alla mano, tagliando le squadre ha risolto il problema a metà, creandone altri: ad esempio l'enorme divario che tanti club affrontano nel passare dalla D alla C: bello giocare con Lecce, Pisa e il nuovo Vicenza. Un po' meno dover far fronte a spese e impegni molto più gravosi di quelli che servivano in 2^ Divisione. La Lega Pro unica ha dimostrato che 60 team a giocarsi la B sono tanti, forse troppi. Che tanti, forse troppi, non meriterebbero di scendere in serie D. 

E che tanti, forse troppi, inizieranno a diventare i secondi club di A senza cambiar nome. Li chiamiamo gemellaggi, anche se il termine forse non è il più adatto. Perdonate la definizione ma questa nuova moda ci ha colto impreparati dal punto di vista lessicale: come chiamare gli accordi, nemmeno troppo velati, tra Olbia e Cagliari o Sampdoria e Vis Pesaro? Perché, volente o nolente, sembra questa l'alternativa italica alle seconde squadre. Altro che versare un milione e passa di euro, trovare stadi in giro per la regione, rischiare la retrocessione ma non poter lottare per la promozione. Tutte limitazioni e obblighi delle squadre B facilmente aggirabili mantenendo in vita club di provincia che hanno voglia di fare calcio in maniera onesta ma che in fondo sanno di non avere le possibilità economiche per regalare certe gioie ai loro tifosi. E allora ben venga questo nuovo modo, tutto nostrano, di unire la Serie A alla Serie C.